Pagliaccificazione

Se in queste settimane avete aperto Instagram l’avete intercettato di sicuro. Si parte da uno sketch di Stromae con Jamel Debbouze: uno studio bianco, una tastiera, i due che si dettano a vicenda le note da premere per far partire il ritornello di Alors on danse. Poi l’intelligenza artificiale fa il resto, ai due volti si sostituiscono quelli di chiunque carichi un paio di foto, e così buona parte del mondo del vino si è ritrovata a ballare in studio con Stromae, critici e influencer compresi. Confesso che il primo mi ha fatto sorridere, e anche il secondo. Al decimo ho cominciato a chiedermi dove fosse finito il vino. In quei video resta fuori campo, rimane solo il nome di chi lo racconta, prestato allo stesso gioco a cui si prestano idraulici e gatti. Un trend resta un trend e chi l'ha cavalcato si è divertito, ci mancherebbe. Lo leggo però come il sintomo più innocuo di una tendenza che altrove si fa meno simpatica, perché nello stesso feed scorre chi stappa la bottiglia con i denti, la annusa fingendo di svenire e urla un voto in camera, e lì il vino diventa un oggetto di scena come il cuscino che fa il rumore buffo.
L’ironia è sottile: Alors on danse, che ad agosto ha superato il miliardo di ascolti su Spotify, racconta la routine e la fuga nella festa. Si balla per dimenticare la fatica, ed è quello che rischiamo di fare con il vino, dimenticando quella di chi l’ha prodotto. Ce lo siamo detti per anni, noi del settore, che il vino doveva scendere dal piedistallo, che i ragazzi lo sentono ingessato, roba da padri, se non nonni, con il tastevin al collo. Avevamo ragione. Il problema è che nella fretta di scendere qualcuno ha preso la rincorsa ed è atterrato direttamente sotto il tendone del circo, e tra loro ci sono anche critici che per anni hanno scritto di allunghi e mineralità e oggi inseguono l’algoritmo con l’entusiasmo che un tempo riservavano alle verticali. La chiamo pagliaccificazione, chiedo scusa alla lingua italiana, ma una parola più educata non renderebbe l'idea. Intendiamoci, parlare ai giovani con il loro linguaggio è un dovere, solo che imparare una grammatica nuova è diverso dal rinunciare a dire qualcosa.
C’è un esempio che mi piace molto e arriva da dove meno te lo aspetti, cioè dal Clos de Vougeot, la casa dei Cavalieri del Tastevin, dove si tiene Vin et Hip Hop, un’iniziativa fondata da Milena Berman e Loïc Lamy della società Hautes Côtes insieme a Jeremy Seysses del Domaine Dujac. DJ set e rap dal vivo, e nelle edizioni passate sul palco sono saliti Mike D dei Beastie Boys e Kool G Rap. Al bar però si versano vini mitici e rari, millesimi vecchi e grandi formati, a prezzi difficili da trovare altrove perché arrivano direttamente dai domaine, con l’idea dichiarata di aprire e condividere queste bottiglie in uno spirito inclusivo e conviviale. Nessuno stappa con i denti. Rap e Borgogna stanno nella stessa stanza con pari dignità, e il ragazzo entrato per la musica esce dopo aver bevuto un grande vino servito con la cura che riceverebbe in una sala degustazione. Tutta la differenza sta lì, nel rispetto, e il rispetto di cui parlo con l’élite c'entra poco. Dietro ogni bottiglia c’è chi si alza all’alba per vendemmiare e chi ha firmato un mutuo per comprare una pressa, e ci sono annate in cui la grandine si porta via dodici mesi di lavoro in un pomeriggio. Quando trasformi quella bottiglia in una gag, la gag la paga il vignaiolo: il follower ride, condivide, passa al video successivo, e del vino gli resta l’idea di una bevanda qualunque buona per una scenetta.
Peccato che di bevande qualunque il mercato sia già pieno, e gli hard seltzer e gli aperitivi in lattina sono molto più bravi di noi a essere qualunque. Se il vino rinuncia a ciò che lo rende diverso, il luogo e la mano di chi lo fa, perde l’unica partita che può davvero vincere. Mi direte che sono il primo ad aver applicato la leggerezza al mondo del vino, facendogli trovare nuove strade. Ho prodotto vini che durano un’annata e cambiano vigna a ogni vendemmia, e li vendo en primeur prima ancora che esistano, prendendo in prestito un sistema che a Bordeaux è un’istituzione e adattandolo a bottiglie che non si ripeteranno più. Ma queste sono formule irriverenti, a tratti piratesche, e funzionano perché il rispetto per quello che c’è nel bicchiere resta intatto. Il pirata ha una regola che il clown ignora: si ride di tutto tranne che del bottino. Allora sì alla musica, sì ai rapper nei castelli, facciamone di più anche in Italia, dove di cantine con le volte giuste per un DJ set ce ne sono parecchie. Il bicchiere però resta al centro, perché il giorno in cui diventa il naso rosso dello sketch avremo conquistato i giovani solo ed esclusivamente per la durata di uno scroll.




