Dal suolo al calice
- Andrea Moser

- 31 mar
- Tempo di lettura: 4 min

Negli ultimi anni ci è capitato spesso di parlare di suolo, di microbiota, di equilibrio. A un primo sguardo potrebbero apparire concetti slegati, ma l’esperienza quotidiana ci sta insegnando che si tratta in realtà di principi interconnessi, e soprattutto concreti che stanno diventando sempre più centrali nel nostro lavoro.
Principi che sono anche alla base del lavoro e della filosofia di SOP – Save Our Planet, una realtà che abbiamo incontrato diversi anni fa, volta a creare soluzioni per l’agricoltura e l’allevamento partendo dal funzionamento del suolo e della sua componente vivente, che ci ha colpito subito per l’idea sulla quale è nata e che porta in ogni ambito di cui si occupa:non intervenire su un singolo fattore, ma lavorare su un sistema complesso in cui ogni elemento è interconnesso. In questa visione, il suolo smette di essere un semplice supporto fisico o chimico e diventa un ambiente vivo, popolato da microrganismi che interagiscono continuamente con la pianta, influenzandone la crescita, la capacità di adattamento e la qualità dei suoi frutti.
Un ideale che da qualche anno l’azienda ha portato anche nella viticoltura, con la creazione della linea Resonant, pensata per supportare viticoltori e agricoltori nel migliorare la produttività e la qualità delle colture, aumentando allo stesso tempo la resilienza dei sistemi agricoli e riducendo l’impatto ambientale. Un approccio che, nel tempo, ha trovato riscontro non solo nella pratica, ma anche in un numero crescente di studi e ricerche.

E così quando ci è stato proposto di contribuire a portare questi risultati fuori dai contesti di ricerca e più vicino alle vigne, abbiamo accettato con entusiasmo. L’idea era semplice: creare occasioni di incontro tra professionisti del settore, persone che lavorano ogni giorno tra i filari, condividere osservazioni, dati e soprattutto mettere tutto alla prova in modo diretto.
Abbiamo provato a immaginare un momento in cui riunire professionisti, operatori del settore, uomini e donne che ogni giorno lavorano tra i filari, chiacchierare con loro, raccontare cosa abbiamo scoperto e farlo testare con mano ed è su questa ispirazione che è nato il primo ciclo di eventi “La connessione suolo–vino: come il microbiota influisce sulla qualità. Esperienze pratiche”, promosso da SOP e organizzato da AMProject. Un progetto che ci ha dato l’occasione di mettere in relazione osservazioni effettuate negli anni in vigneto con dati scientifici e riscontri concreti.
In ogni incontro tutto parte da una domanda semplice: quanto incide davvero il suolo sulla qualità del vino?

Per rispondere, durante gli incontri abbiamo presentato uno studio condotto da Resonant insieme all’Università di Padova, Milano e UC Davis, focalizzato sull’applicazione di Resonant® Fortify White su vigneti di Chardonnay. I risultati sono chiari, evidenti: le piante mostrano una crescita vegetativa più equilibrata, con una drastica riduzione delle gemme cieche, una maggiore capacità di resistere allo stress idrico e un incremento della resa che arriva fino al 16%, senza compromettere la qualità dell’uva. A questo si aggiunge un dato particolarmente interessante per chi lavora in cantina, ovvero un aumento significativo dell’Azoto Prontamente Assimilabile nel mosto, che cresce fino a punte del 60% .
Sono numeri importanti, soprattutto perché arrivano da prove in campo, su vigneti reali, ma acquistano ancora più significato se letti all’interno di questo approccio. Non si tratta di “spingere” la pianta, ma di metterla nelle condizioni di funzionare meglio, rafforzando le relazioni naturali tra radici e microbiota e lasciando che sia il sistema stesso a trovare un equilibrio più stabile.
Il passaggio più interessante però, arriva sempre dopo la parte tecnica. Quando i dati sono stati presentati e le spiegazioni hanno chiarito il contesto, quando insomma si crea lo spazio per mettere alla prova tutto questo in modo diretto, ossia il momento della degustazione.
Siamo stati in Emilia Romagna e in Friuli Venezia Giulia, in Veneto e in Toscana e durante ogni evento Andrea Moser ha guidato personalmente la degustazione comparata, accompagnando i partecipanti in un percorso che partiva dal bicchiere per tornare poi al vigneto. I vini provenivano dagli stessi appezzamenti, con la stessa varietà e lo stesso protocollo di vinificazione, gestito dall’Istituto Agrario di San Michele all’Adige; l’unica variabile era appunto la gestione del suolo con o senza l’utilizzo di Resonant.
È una situazione che conosciamo bene, perché è esattamente ciò che accade quando, nel lavoro di consulenza, si mettono a confronto parcelle diverse dello stesso vigneto o approcci agronomici differenti nello stesso contesto. I partecipanti si soffermano di più sul bicchiere, tornano ad assaggiare, si confrontano e le differenze emergono con chiarezza crescente, nella precisione aromatica, nella pulizia, nella coerenza varietale e in quella sensazione generale di maggiore energia del vino. Si tratta del momento in cui il microbiota smette di essere un concetto e diventa qualcosa di tangibile.
Lavorare sul suolo significa intervenire su un sistema complesso in cui ogni azione genera effetti a catena: migliorare l’attività microbica vuol dire rendere la pianta più efficiente, più stabile, più capace di reagire agli stress e, di conseguenza, arrivare in cantina con una materia prima più equilibrata.Non stiamo più parlando di un approccio alternativo o marginale, ma di una vera leva tecnica. È un cambio di prospettiva netto, perché sposta il punto di attenzione da ciò che si corregge in cantina a ciò che si costruisce in vigneto.

Un altro elemento che ha reso questi incontri particolarmente efficaci è stata la qualità del confronto che si è creata. Non erano eventi costruiti per trasmettere un messaggio unidirezionale, ma momenti di dialogo reale tra professionisti. La presenza di Marco Poggianella, CEO di SOP, insieme ai tecnici SOP e ai ricercatori coinvolti nello studio, ha permesso di mantenere sempre aperto il collegamento tra ricerca scientifica e applicazione pratica.
Le domande sono state dirette, spesso molto concrete, e in alcuni casi anche critiche. È proprio questo tipo di confronto che permette a un progetto di crescere e di diventare realmente utile per chi lavora ogni giorno in vigneto e in cantina.
Se c’è una cosa che emerge con chiarezza da questa esperienza è che il tema del suolo non è più rimandabile. Non è un elemento accessorio né una scelta ideologica, ma il punto di partenza da cui dipende tutto il resto. È lì che si costruiscono gli equilibri della pianta, è lì che si definisce la qualità della materia prima ed è da lì che, inevitabilmente, prende forma il vino.
La differenza, sempre di più, non la farà chi interviene di più, ma chi riesce a creare le condizioni perché il sistema funzioni meglio.
E quando questo accade, il risultato non ha paragoni: nel vigneto, nei dati e soprattutto, nel calice.



